12
ago
2006

Adolf Gottlieb, "Blast"

14:29 Vilma Torselli

Adolf Gottlieb (1891 - 1963), russo nato in un piccolo villaggio presso il mar Nero, naturalizzato americano, opera in un periodo di particolare difficoltà per la società americana, gli anni '40, in cui la mancanza di stimoli e di ideali, un diffuso senso di disperazione e di vuoto, la crisi della pittura di matrice ottocentesca, priva di significato se rapportata con una realtà radicalmente cambiata, spinge gli intellettuali più sensibili verso sperimentazioni innovative, alla ricerca di uno slancio comunicativo che riporti l'arte nella società e nella vita.
Questo slancio verrà risvegliato dall'arrivo in America degli artisti del Surrealismo europeo, in fuga dall'Europa in guerra e dalle misure antisemite volute dal nazismo e si concretizzerà nell' action painting, nella furia espressiva di Pollock e Kline, ma anche nella più contenuta gestualità degli artisti della scuola del Pacifico, come Rothko, Newman e, appunto, Gottlieb.

La consapevolezza della fine della pittura come era stata intesa fino ad allora, - ricordiamo che l'America non aveva una tradizione di cultura visiva di qualche importanza e che sarà proprio l'Espressionismo astratto il punto di partenza di un'arte moderna autenticamente americana -  la presa di coscienza della necessità di rifondarla da zero, gli fa dichiarare: ".... mi sentivo libero di tentare qualsiasi cosa, per quanto assurda potesse sembrare. Che avevo da perdere? Nè il cubismo nè il surrealismo potevano accontentare uno come me."
Il vuoto di significato, una sorta di horror vacui simile ad un baratro terrificante, va riempito, Rothko, Newman e Gottlieb lo fanno recuperando i valori tragici e sempre drammaticamente attuali di una mitologia primitiva che travalica il tempo, così dichiarano in una lettera aperta pubblicata sul New York Times nel '43: "We assert that the subject is crucial and only that subject matter is valid which is tragic and timeless. That is why we profess spiritual kinship with primitive and archaic art": la poetica surrealista di importazione europea e l'automatismo psichico che nella traduzione americana diventerà action painting , si riconvertono così in una pittura di sintesi  astratta, compositivamente organizzata, nella quale non sparisce mai il senso della rappresentazione e delle possibilità sceniche dello spazio.
Come per quasi tutti gli espressionisti astratti, comunque, vale per Gottlieb una rigorosa aniconicità insita nella matrice ebraica  del movimento, data l'origine ebraica sia dei surrealisti che lo influenzano che degli stessi espressionisti - sono ebrei Mark Rothko, Morris Louis, Arshile Gorkij e molti altri -.

La sponda americana del Pacifico ha, per ragioni soprattutto logistiche, frequenti scambi culturali con il dirimpettaio Giappone ed è da lì, dai rapporti con la cultura zen, che Gottlieb deriva  una elaborazione del segno in chiave calligrafica e ideogrammatica, con successive drastiche semplificazioni che denunciano un suo progressivo distacco dall'ispirazione originaria.

Nel quadro presentato,  "Blast", del 1957, i grafemi si radunano nella parte centrale inferiore della composizione, fondendosi a creare un disegno complesso ed unitario nel quale perdono individualità, assimilati in una massa compatta in cui permane una certa frammentarietà nel gioco di segni minuti, di pennellate sfumate, mentre una grande forma isolata, centrale, distinta e definita, posizionata con decisione nel campo superiore si assume il compito della comunicazione immediata, del primo impatto visivo con l'osservatore, dominando la tela con perentorietà.
L'isolamento di poche grandi forme in un campo vuoto, in contrasto con "un complesso di minuzie" sintomo di latenti "impulsi secondari", come osserva Diane Waldman ("Gottlieb: sing and suns", Art News, 1968) è il mezzo ricorrente con cui Gottlieb sovverte il concetto di composizione tradizionale e realizza "immagini araldiche", così definite da Edward Lucie-Smith, che tuttavia non riescono a staccarsi da un compiacimento estetico fine a sé stesso ed  a raggiungere autorevolezza sufficiente a fare di questo artista una figura centrale dell'espressionismo astratto ad impronta spiritualista come fu invece Mark Rothko. 

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