Costas Tsoclis è uno dei maggiori artisti greci viventi.
Nato ad Atene, dapprima ha studiato alla Athens School of Fine Arts, per trasferirsi poi a Parigi e successivamente a Berlino: oggi, dopo anni di vita da nomade, vive e lavora ad Atene.
La sua attività artistica copre un vasto campo di sperimentazione, dalla pittura all'installazione, alla video-art, alla performance, con richiami più o meno diretti alle ultime manifestazioni artistiche mondiali, delle quali questo spirito inquieto e controcorrente è curioso indagatore.
Sono infatti rintracciabili, nella sua produzione, i rapporti con la Pop Art americana, gli happening, il Nouveau Rèalisme, l'Arte Povera, il ricordo della poetica surrealista e la frequentazione dell'arte informale, specie dell' informale materico, di matrice europea, tipica di tanta cultura visiva greca del dopoguerra: l'eccletticità della sua produzione bene esprime la molteplicità dei suoi interessi intellettuali, che lo spingono sulla via di una ricerca, sia contenutistica che formale, per una rappresentazione metaforica della realtà che tenga conto del vero e dell'illusorio, dell'essenziale e dell'effimero, del tradizionale e del nuovo, del reale e del virtuale.
Costas Tsoclis ama costruire con la natura un rapporto insieme drammatico, passionale, metafisico, in una dinamica continua nella quale realtà e finzione si scambiano le parti e si intrecciano in un gioco di specchi, proponendo elementi naturali (l’acqua, l’albero, la terra, la luce, il sangue) ed oggetti quotidiani (la serie degli utensili) con valenze simboliche ed arcaiche risonanze mitologiche che la nostra civiltà tecnologica pare aver dimenticato.
Attraverso il velo di un'ironia spesso dissacratoria (come in occasione della 42ª Biennale di Venezia nel 1986) , Tsoclis fa emergere le contraddizioni del nostro tempo che caratterizzano la nostra vita, le nostre passioni, la natura, la storia, spesso confondendo la realtà con la finzione, ammantando di mistero il suo racconto, scardinando le nostre certezze con l'ambiguità del suo linguaggio, un linguaggio ibrido ed eterogeneo, da scultore, da pittore, da grande affabulatore con le sue rappresentazioni a trompe-l'oeil, le messe in scena fantastiche e disorientanti, i suoi inganni prospettici assurdamente poetici.
Vero e proprio mago dell' installazione, Tsoclis corrode il sottile diaframma tra finzione e realtà, tra la verità del reale e la straordinaria menzogna che si chiama arte traendo in superficie il vero significato delle cose, rivelato con spiazzanti metafore e stranianti illusioni.
Così come appare evidente il bisogno di espandersi oltre la dimensione pittorica per invadere lo spazio circostante con elementi scultorei e scenici, altrettanto si coglie, specialmente nelle ultime opere, il bisogno di proclamare l'universalità della sua arte, al di là di ogni peculiarità di carattere culturale, razziale, storico, alla ricerca di una simbiosi con la natura di tipo sacrale e quasi catartico.
In un momento storico in cui le civiltà e l’arte sembrano tendere all'omogeneizzazione dei linguaggi ed all'appiattimento delle identità, l’opera di Tsoclis invoca il ritorno alle antiche radici dell' appartenenza umana secondo un concetto di universalità che non voglia significare spersonalizzazione e repressione della soggettività, ma anzi ricerca di una nuova soggettività modernamente intesa, quella dell'uomo, uguale sotto ogni cielo.
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